martedì 28 settembre 2010

Ognuno è il terrone di qualcun altro


Da Verbanianews di ieri:


I frontalieri? "Ratti invasori"

Campagna pubblicitaria choc in Ticino. Manifesti e sito internet con tre topastri che rappresentano i pericoli per il "formaggio" del Cantone. Nel mirino i frontalieri, gli immigrati senza lavoro che delinquono e lo scudo fiscale di Tremonti.

VERBANIA - Non sappiamo se esistano verbanesi di nome Fabrizio che fanno il piastrellista in Svizzera, ma se esistono da oggi saranno oggetto di scherno e battute oltreconfine. Da oggi è infatti partita a Locarno e nel Canton Ticino una campagna pubblicitaria, che ha anche un sito internet: www.balairatt.ch che disegna i frontalieri italiani come ratti pronti a mangiarsi il "formaggio" (nel senso non di emmenthal ma di "grana") del Cantone (il prototipo viene descritto come Fabrizio, piastrellista di Verbania). I loro soci roditori nel manifesto sono gli immigrati senza lavoro e domicilio (il rumeno Bogdan) che vengono ritratti con mascherina da ladro e canotta Ue e il fisco italiano (leggasi Scudo Tremonti come lascia intendere il nome Guido assegnato a un avvocato lombardo dalle sembianze di pantegana).

Non si sa chi abbia commissionato la campagna choc. Il curatore Michel Ferrise, direttore della Ferrise Comunicazione di Muralto, in un'intervista a tio.ch si trincera dietro il segreto professionale. Ma annuncia che la campagna proseguirà. Anche se spiega il problema non sono i 45mila frontalieri italiani, ma l'assenza di salari minini che penalizzano i lavoratori elvetici rispetto alla concorrenza italiana.

lunedì 27 settembre 2010

Ultrà


"Sui tombini delle fogne
come tanti scudi antichi
ci scrivete ancora SPQR
ma guardatevi, a dottori
siete molli come fichi..."
(Alberto Fortis, "A voi Romani", 1979)

"Che la capitale non sia la sua passione è noto: Umberto Bossi ha fatto di "Roma ladrona" lo slogan della Lega forse ancor più di "Padania libera". E il Senatùr lo ha ribadito ieri sera sciogliendo l’acronimo Spqr in «sono porci questi romani». (Umberto Bossi, Ministro di non mi ricordo bene cosa, da La Stampa, 27 settembre 2010)

"I politici? Sono tutti morti. Pensavo solo ai soldi. Se togli i soldi alla politica, questi sono finiti. Perché non hanno idee, non hanno progetti, non hanno una visione della società. E poi sono vecchi. Non ci capiscono nulla. La politica dovrebbe essere in mano ai trentenni: loro hanno capacità ed energie. Basta con gente che siede in parlamento da mezzo secolo. Sono dei morti, sono insostenibili dal paese. Chiedono sacrifici al paese e poi loro vanno in pensione dopo 2 anni mezzo. E i giovani? Gli si chiede di versare contributi per 40 anni. Andranno in pensione, forse, tra a 70 anni. Con quale faccia i politici sanno chiedere questi sacrifici? Li facciano loro. Si facciano da parte”. (Beppe Grillo, intervista ad Anno Zero, 23 settembre 2010)

"Ormai una parte del paese, ed è quella di maggioranza, vuole sentire rappresentato a tono solo e soltanto il proprio tifo, e in particolare il nero nulla che si annida in ogni stato d’animo fazioso, la noia esistenziale e il profondo schifo che suscitano gli altri in chi si senta attaccato nella propria identità e dignità, qualunque cosa queste due parole significhino per il cittadino Joe, per il campione del rancore sociale e politico che ormai occupa la scena senza rivali." (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 27 settembre 2010)

giovedì 23 settembre 2010

Where is my vote?



Vedo ora sul Post -bellissimi e urlanti- i manifesti della mostra che la School of Visual Arts di NYC dedica al movimento iraniano.

Il presidente è nudo



Si attendono scottanti dichiarazioni sulle funzioni corporali del Presidente.
Si mormora che addirittura la sera gli puzzino un po' le ascelle.

Miserabile, o benestante



"Pensare solo al tuo benessere fa di te un miserabile, o un benestante."

Renato Zero intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere ieri.

Pay me my money back

In termini di soldi, e specialmente di soldi guadagnati più ancora che vinti ereditati o arrivati per caso, chissà perchè si tende sempre a lamentarsi di non averne abbastanza; cioè a me capita di sentire molte lamentele, e raramente un po' di oggettività. Ma mai le cifre, eh, che non sta bene.

Poi il dare una misura all'"abbastanza" è difficile quando si guarda nelle proprie tasche, e fin troppo facile quando si guarda in quelle altrui.
Quindi la scorsa settimana non ho avuto voglia di commentare l'uscita di Sergio Marchionne sulla sua retribuzione, e su quanto sia o non sia meritata. L'ho trovata quasi sensata, anzi: se l'uomo è criticabile, lo sia per le sue azioni e non per la misura in cui sono compensate.

Però a leggere oggi della liquidazione di Alessandro Profumo, ecco, sì, un pensiero l'ho fatto (e non solo io).

Mi sa che l'ha fatto anche Marchionne.

mercoledì 22 settembre 2010

Weather Report


Oggi su La Stampa di carta le previsioni del tempo si chiudono così:

In cielo si raccoglie il vento,
Il vento purpureo di domani
E di nuovo l'amore,
Di nuovo da tempo immemorabile
Da lontano impedisce la morte.


(Jan Skàcel)

martedì 21 settembre 2010

Fotografare le persone


Ci vuole un talento speciale per fotografare le persone, non è mica facile cogliere il momento, la storia, e farli coincidere con una narrazione precisa. E spesso la qualità di una foto la puoi capire nel suo rimanere nel tempo. Il Corriere.it pubblica oggi una selezione di ritratti di Gianni Giansanti, tra cui questo qui sopra di Silvio Berlusconi, 1984, prima.

Spero di riuscire a vedere la mostra che c'è a Milano, finisce il 14 novembre.

La notizia è che Giovanardi va al cinema



Le adozioni ai gay?
Nei Paesi in cui sono consentite hanno fatto "esplodere la compravendita di bambini e bambine".


Il sottosegretario alla Pres. del Cons. con delega alla famiglia Giovanardi, l'altro ieri.
Toh, non lo facevo un fan di Brüno:
"Come ha avuto suo figlio?"
"L'ho scambiato"
"E con cooooooosaaa????"
"Con un i-pod".
"Non un i-pod qualunque, uno edizione limitata, rosso, hai presente?".

lunedì 20 settembre 2010

Trentacinque anni


Gironzolavo in libreria venerdì, e mi sono imbattuta in un libro che in copertina aveva un fossile di dinosauro, per titolo aveva un riferimento a una delle mie passioni, e pure una frase di Stephen King che lo accreditava tra i libri da leggere.

Allora -anche perchè avevo male ai piedi- l'ho preso e mi sono accucciata in un angolo tranquillo e l'ho sfogliato, e contro ogni previsione non mi ha attratto più di tanto nonostante la grafica che ripropone in qualche modo le relazioni testo/ipertesto di Douglas Coupland (cioè l'annotare a bordo pagina approfondimenti anche visuali più o meno diretti con il testo). (Solo come noticina di visual marketing, l'ho mollato perchè mi sembrava molto più Coelho che Coupland).

In ogni caso, mi ha regalato questa considerazione:
"Sono triste perchè sto invecchiando e ancora non sono felice".
Quanti danni ci fa il concetto di felicità come status permanente da acquisire e possedere prima che qualcuno dallo specchio possa indicarci come fallimento che cammina?
La felicità come bene immobile, acquisizione necessaria.

Poi sabato su Repubblica c'era un'intervista a Woody Allen, sul nuovo film.

-Che cosa ne pensa della vecchiaia?
-Sono decisamente contrario alla vecchiaia. Penso che non la si debba raccomandare a nessuno. Non si acquisisce maggiore saggezza con il passare degli anni.
L'unica cosa che accade davvero è che il tuo corpo se ne va in pezzi.
Certo, cominci a capire la vita e ad accettare le cose.

Ma scambieresti tutto quello che hai pur di tornare ad avere trentacinque anni.


Ecco, la vecchiaia è un bene immobile.
La felicità no.

I don't like Mondays



Quando il caos prevale, vado sempre a farmi risistemare chez Luoghi comuni al contrario.

(La foto è mia, il cortile di Maria. Integrazione del rifiuto.)

domenica 19 settembre 2010

Il limite della retorica


"Chi ha detto che la penna ferisce piu' della spada non si e' mai trovato di fronte un'arma automatica." Gen. Douglas McArthur

(La foto è di Stefano Mattia, immagini dentro storie dentro immagini).

giovedì 16 settembre 2010

"Col solo cuore che mi è stato dato"



Nazione Indiana oggi pubblica questo, e questa foto, e con il file dell'autrice Anna Lamberti-Bocconi che legge le sue stesse parole.
Come si fa a non piangere?


CANTO DI UNA RAGAZZA FASCISTA DEI MIEI TEMPI
di Anna Lamberti Bocconi

Bella ragazza, andavo male a scuola
son fuori tempo, sono già partita,
mio padre un avvocato anni Sessanta
se fossi viva sarei non so cosa
bruciavo come grano sulla brace
non riconosco niente del 2000
non ho strumenti, straccio la partita,
la batteria rullata giù in cantina
ricordo il giorno della bocciatura
ci ho fatto un sole, un buco con il pugno.
Mio padre seduttivo a labbra molli
mia madre insoddisfatta che fumava
la cameriera che parlava in sardo
quelle lenzuola nere viste un giorno
regalo di un’amica di mio padre
mia madre che inghiottiva umiliazione.
Quella donna morì improvvisamente
un giorno prima c’era poi non c’era
vedemmo il necrologio sul Corriere
come un enigma la sua parure nera
mio padre sempre uguale tenne il foglio
non disse nulla, perse la sua amante
e le lenzuola tornarono amare.
Mio padre intossicato di spumante,
la scuola che faceva solo rabbia
la voglia di riscatto e quel latino
rompicoglioni sopra tutti i muri.
Conobbi il movimento a sedici anni
che mi toccavo con le lunghe dita
Giovanni era il più bello del liceo
in primavera aveva già la moto
non la patente, ma se ne fregava
conosceva dei dritti quarantenni
parlava di valori e di Ezra Pound
un giorno mi invitò alle sue riunioni
lo scantinato torrido pulsava
mi videro e tirarono l’uccello
Giovanni li schiantò con uno sguardo
alzò solo una mano e disse “Mai”.
“In culo”, disse “attenti”, e disse “Mai”.
Compresi che era l’uomo e che ero sua
io maschia con i miei capelli neri
che molti mi dicevano aggressiva
gli giurai fedeltà fin che ero viva
io ribelle a spaccare batterie
io scalmanata a urlare alla partita
mi donai in quella sera del liceo
all’uomo cavaliere della luna
al pallido fascista in accensione.
Da allora anch’io guidai la sua coupé
mi insegnò là di dietro all’Idroscalo
sgommavo a fare fuori quell’asfalto
schiacciato come un servo sotto i piedi.
Ma più che altro c’era solo sete
e mi premeva quando mi baciava
la lingua era bollente, il labbro duro,
e poi bagnato e poi dimenticavo.
“Amor che a nullo amato amar perdona”
l’unica cosa che ho imparato a scuola
l’ho seguito leale ovunque andasse
si fidava di me più che degli altri
non mi fregava niente dei borghesi
coi polsi rotti verso l’assoluto
Il Settimo Sigillo era una guida
e le riunioni con i picchiatori
per l’idea, per la morte, per la storia
era rivoluzione che pulsava.
Mia madre spenta che faceva pena
non sopportavo più di andare a casa
Giovanni mi propose la sua stanza
mio padre freddo disse “Bene, vai”.
Ma il gioco cominciava a farsi duro
i camerati uccisi e gli altri pure
e Ramelli, e Mantakas laggiù a Roma
come fiori di sangue sulle strade.
Venne il giorno di uscire dalle righe
decisamente, anzi venne la notte.
Giovanni era la mente coraggiosa
io una mano ed un cuore: cominciammo
a pensare ad azioni di rapina
per pagarci la vita clandestina
e dedicarci alla rivoluzione,
pochi, braccati, cranio a cranio al mondo.
Al primo sangue mi girò la testa
la debolezza vomitata a fiotti
sul marciapiede, e mi credetti incinta,
si sentì la sirena che ululava
mi tirarono via mezza svenuta,
mi svegliai con un senso di disprezzo
verso me stessa, ma brillava il Sole
fuori dalla finestra, sì, quel sole
uomo come Giovanni, e io la luna:
per una volta placai la mia rabbia
restando donna ai raggi di quel sole.
Quando tornò la notte ero cresciuta,
secondo sangue e niente più paura
rapina in banca con pistola anch’io
carabiniere rimasto per terra.
Giornali come ali di piccione
ferito e grigio a scuotersi impotente
tentando di spiegare la rapina
parlarono di neofascismo armato
ma nessuno sapeva chi era stato.
Nascondersi divenne obbligatorio
finché venne arrestato un camerata
malamente accusato anche di quello;
potemmo uscire sulla sua pellaccia,
affacciarci di nuovo, allora, sì,
e però qualche cosa era cambiata
una piega malsana sulle cose
che si manifestò lenta, una dose
tagliata male, non saprei neanch’io.
Sulle panchine di piazzale Libia
l’esaltazione covava il ripiego
ed io partecipavo a fratellanze
oscure e traditrici, nel vibrare
di un cupo e malinconico attardarsi
mentre la sera estiva non mollava.
Mollavo io e non me ne accorgevo.
Un giorno tornai a casa di mia madre
dopo sei mesi che non la vedevo
odiavo già i gradini che salivo
nel corridoio lungo con i quadri
le pretesi cinquantamila lire
bugiarda mi rispose “Non le ho”
mi fece venir voglia di scappare
o di spaccare, poca differenza,
la condizione senza via d’uscita
che aveva indirizzato la mia vita.
Allora alzai le braccia non so come
coi pugni in guardia come nella boxe
tra minaccia e difesa, la incalzai
lei rinculava stronza e spaventata
sotto il De Pisis sotto il Boccasile
la spinsi fino al fondo della casa
urlando fuori tutta la mia rabbia
e davanti alla porta della stanza
dove avevo dormito tanti anni
la cameretta con appesi i poster
le diedi quattro schiaffi spaventosi
e poi fuggii e non tornai mai più.
Lo raccontai a Giovanni e stette zitto
ma tanto ormai parlare era bucato
la storia era bucata come me
quelle panchine che dicevo prima
quell’eroina di piazzale Libia
la mia rivolta era finita male
quattro gatti sbandati scaricati
dalla gente più in gamba che sparava
e scontava galera ed inchiostrava
con il suo sangue nero i calendari.
Tirai a campare ancora un po’ di tempo
sono crepata nel ‘92
mi son presa la peste dei drogati
il primo AIDS, Giovanni ormai non c’era
però venne a trovarmi in ospedale
lui solo, né mio padre né mia madre,
lui che ormai lavorava imborghesito.
Ed oggi, dico adesso che è finita,
racconto come il male mi ha bruciato;
eppure non mi trovo, nel 2000,
vi vedo qui dall’alto e vedo male.
La culla del dolore, l’ospedale,
son morta tra le braccia di una suora
ho visto tutto bianco e son partita
col solo cuore che mi è stato dato.
Ho visto tutto bianco. Son partita.
Col solo cuore che mi è stato dato.

Perbenismo da basso Piemonte


Leggo questo articoletto di Elena Lisa su LaStampa:
Sposati, ma divisi (nei soldi)
Il matrimonialista "Comunione dei beni? Al Nord ormai è una scelta superata"
In Italia boom delle coppie che scelgono la separazione dei beni: ormai sono due su tre
.

Annotazioni:
-Il titolo è di un perbenismo veramente da basso Piemonte, sveglia Calabresi! In quale portafoglio si tengono i soldi (il mio-il tuo-uno comune-due separati-a caso-tanto non ce ne sono) è questione assolutamente irrilevante rispetto alla durabilità di un'unione.
-Il contenuto dell'articolo è un pasticcio: la scelta del regime patrimoniale dei coniugi non ha nulla a che fare con l'attribuzione dei tavolini e degli altri ammenicoli casalinghi in fase di separazione.
-Quanto sopra c'entra con i patti prematrimoniali come la Brioblu con il Barolo.

Niente, lo volevo dire, mi danno un fastidio pazzesco questi articoletti in cui la mancanza di logica fa il pari con la mancanza di contenuto, esclusa la marchetta all'autore del libro.

I vecchi qui a volte chiamano il nostro quotidiano "La Busarda" (bugiarda), e mica hanno sempre torto.

mercoledì 15 settembre 2010

Lui, e loro


Milano finalmente dedica una mostra a Maurizio Cattelan, a Palazzo Reale, ma il perbenismo della giunta a una settimana dal via fa le pulci al manifesto scelto dall'artista, che ritrae il suo Hitler orante.

E questo conferma oggi quello che Gramellini scriveva solo ieri nel suo Buongiorno: il doppiopesismo ormai è una categoria di pensiero abbondantemente sdoganata e già quasi superata dal cretinismo del nascondersi dietro a un dito.

Quindi da una parte abbiamo una scuola pubblica laica apartitica etc. etc. abbondantemente decorata (in barba principalmente alla costituzione e secondariamente anche al buongusto, ecchecavolo) con i crocifissi e i simboli padani, dall'altra quella che si definisce la capitale morale d'Italia incapace di distinguere tra apologia e narrazione, incapace di affermare il valore di un'opera, incapace, incapace, incapace.
Impotente.

Ricoprirei Adro, e non solo Milano, con questo manifesto.

lunedì 13 settembre 2010

Io sono un'ignorante


Io non conoscevo Letizia Battaglia. Un ossimoro al posto del nome, un destino.
Si certo, conoscevo una sua foto, quella con la pozzetta di sangue usata per una fondamentale campagna di Benetton negli anni '90.

Ma ieri su un prato dolce della Valle d'Aosta, sotto le nuvole che correvano in un cielo diametralmente opposto al suo bianco e nero di Sicilia insuanguinata, ieri ho incontrato Letizia Battaglia, nelle parole tranquille di un suo raccontarsi sull'ultimo numero di Sette del Corriere (quello di giovedì 9 settembre).

E allora non era meglio se pagavo l'ICI?


Fuggevolmente al Tg3 ho visto un servizio su una scuola materna ed elementare STATALE decorata di simboli leghisti ad Adro (BS), intitolata a Gianfranco Miglio.

(Se ne parla sul Corriere del 10 settembre).

Ne parla anche Gilioli, non c'è bisogno che io aggiunga nulla.

Se non che mi sento male a pensare che ho appena assoldato una baby sitter per accompagnare mio figlio alla materna, visto che la scuola inizia troppo tardi per consentirmi di arrivare in orario in ufficio.

Mi sento male a pensare che ho in borsa un elenco di richieste di accessori fondamentali (penne, pennarelli, risma di carta, colla, quaderni, cuscino, lenzuolino, tovaglietta, carta igienica, fazzolettini di carta e credo ancora qualcos'altro) che lo stato non è in grado di fornire alle sue scuole.

Mi sento male a pensare che il doposcuola è gestito da una cooperativa privata, perchè lo stato non ha le risorse per il personale necessario a coprire un normale orario da ufficio, lasciando il margine a servizi esterni, di dubbio valore e immagino malpagati.

La coperta è sempre più corta.
Intanto a Brescia dipingono le aule di verde.
I supermercati sono pieni di donne trafelate, liste alla mano.
Il Ministro probabilmente sta ancora cercando di decifrare il significato di Albachiara.

sabato 4 settembre 2010

Ero così felice che non sapevo cosa fare


Oggi, come sempre, la premiata ditta Fruttero & Gramellini ci racconta la storia dei 150 anni d'Italia sull'ultima pagina de La Stampa, solo in cartaceo.
Si parla del 3 settembre 1960, quando Livio Berruti si prese la medaglia d'oro dei 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma. Trascrivo l'ultimo paragrafo:

"Eccolo in pista, finalmente. Con un lembo di tuta pulisce gli occhiali neri che diventeranno una moda ma per lui -miope- sono ancora un'esigenza.
Sembra calmo, invece compie una falsa partenza. Poi arriva quella buona: affronta la curva senza sbandamenti, insensibile alla forza centrifuga, e sul rettilineoè davanti a tutti, preceduto solo da n volo di colombi. Nella sua ombra spunta Les Carney, "demoniaco negro da saga medievale", lo bolla senza scrupoli la cronaca di Gianni Brera. Ma il capolavoro di questa saga è Berruti, l'"aracangelo frigido". Sarà lui a spezzare il filo di lana, sporgendosi in avanti con il busto fino a perdere l'equilibrio. Mentre il pubblico in delirio dà fuoco ai giornali e li agita come torce nel buio dela sera, l'Arcangelo frigido" si pianta in mezzo alal pista, immobile.

Dirà: ero così felice che non sapevo cosa fare."

mercoledì 1 settembre 2010

Great American Novelist, again

Dopo la copertina di Time, e l'annuncio che Freedom tradotto in italiano uscirà a febbraio 2011, oggi su Repubblica c'è un' intervista a J. Franzen di Antonio Monda.


Che impressione le ha fatto trovarsi sulla copertina di Time?

"Mi è dispiaciuto molto che mio padre, che ha letto Time per cinquanta anni, non abbia potuto vederla. Non era un uomo che sorrideva molto, ma avrebbe sorriso per una settimana".

sabato 28 agosto 2010

Non fate pettegolezzi


Sessanta anni fa, il 27 agosto 1950, Cesare Pavese moriva in una stanza dell'Hotel Roma, in Piazza Carlo Felice a Torino, di fronte alla stazione. La stanza c'è ancora, è stata conservata dai prorpietari dell'albergo.

La stampa il 22 agosto scorso ha pubblicato un bell'articolo di Guido Ceronetti sull'addio del poeta, che non trovo sull'edizione on line, ma re
cupero dal blog Villa Telesio.


Verrà la morte e avrà gli occhi di Connie
di Guido Ceronetti

Se il narratore non si trova in una condizione delle più allegre, chissà con quanto sollievo parlerà degli ultimi giorni che avrà trascorso un disperato suicida!
Mi accingo dunque a immaginare come sarà stata la vita di Cesare Pavese, a Torino, tra il ferragosto e la sua ultima notte, il 27 del mese.

Avevo 23 anni, ricordo nitidamente l’uscita di casa per comprare La Stampa a un’edicola che c’era allora a metà della via della Consolata, dove passava il tram n. 2 percorrendo un lunghissimo viaggio, dalla Madonna di Campagna all’ospedale delle Molinette. In verità, di Pavese fino ad allora non avevo mai letto nulla. Leggevo le recensioni dei suoi libri che faceva, puntuali, Arrigo Cajumi, che ne amò la scrittura; ad attirarmi fu la pubblicazione, notevolmente censurata, del Diario, mi pare nel 1952..

Nelle sue poesie, in apparenza datate, ma con qualcosa d’irripetibile e unico, la campagna e la città di allora, tra cui esisteva una forte cesura, per chi vorrà ripassare di là in sogno e farsi paesaggio, riaffluiranno musicalmente, piumaggio di uccelli estinti. C’è un parallelismo tra i versi, che Mila dice da narrazione celtica, di Lavorare stanca, e i disegni (tutti soltanto di proprietà famigliare) che andava facendo nei Trenta l’architetto Giorgio Tedeschi, una collezione, anche questa, irripetibile, incantevoli documenti d’arte di ciò che erano campagne dei dintorni e periferie torinesi.

Da critico emuctae naris si possono liquidare quei versi come troppo facili e rasoterra, ma contengono una qualità angelica, l’emozione, lo struggimento; basta saper leggere e saper soffrire, essere grati del plus di vita e di verità che la parola scritta, prostituta sacra dei templi invisibili, trattiene.

Occorrerebbe, per una rievocazione novellistica degli ultimi giorni di Pavese, conoscere i luoghi dei suoi domicilii torinesi. Dove abitava Cesare, prima di trasferirsi, solitario, nella camera dell’hotel Roma in piazza Carlo Felice? Le sue carte, i suoi libri, dov’erano? In quale trattoria, gargotta, ristorante, andava a cena o a pranzo? In quale caffè si ritrovava con gli amici, i collaboratori, gli invitati della Einaudi?

Tutto conta nel ripercorrere le vie di un suicida – non si sa fino a che punto determinato. Quante volte il suo telefono avrà squillato, in sua assenza? Datemi un punto, purché non in aria. Faccio ricerche presso l’archivio di questo giornale, perché le schede biografiche non mi danno responsi, e puntualmente, provvidamente, vengo rifornito di quanto è rintracciabile.

Pavese abitava, a Torino, e probabilmente avrà sempre abitato, presso la sorella Maria in via Lamarmora 35: il luogo non è lontano dalla Casa Editrice di via Biancamano 1, saranno una ventina di minuti a piedi. (Io cominciai a frequentarla nel 1949, senza incontrarvi Cesare, «dittatore editoriale»).

Possiamo ricostruire così, liberamente, epoca e fatti: la sorella e la sua famiglia lasciano Torino per qualche luogo di villeggiatura all’avvicinarsi del ferragosto (prima non si facevano ferie e poi, per lo più, in specie per i commerci le chiusure duravano tre giorni). Cesare non li segue – perché ha un pensiero nascosto, promette vagamente di raggiungerli, o aspetta prima di decidersi una lettera dall’America – e non avendo per nulla vocazione di «marito in città che si arrangia» e di comprarsi prosciutto e robiola in centro, arriva con una piccola valigia, a piedi, al Roma, il 12 o 13 di agosto, camera per i giorni che Maria e i suoi resteranno assenti. Il gesto era preparato; uno spiraglio per distogliersene o rinviarlo è impossibile non rimanesse aperto.

I contenuti della valigia di un suicida, quando non ne esca di casa privo, sono importanti. Ci fu un processo, in quegli anni, in cui l’Accusa trovò conferma dell’intenzione omicida del marito (non la sola, certamente) nel fatto che la vittima non pensava di suicidarsi avendo portato con sé una scorta di pannolini. Così nei giornali, ma come prova d’Accusa mi sembra cavolista. Se invece Van Gogh e Pavese fossero usciti, dal caffè Ravoux e da via Lamarmora, senza la pipa, in caso di suicidio dubbio, questa ne sarebbe una prova.

La valigetta di Pavese era delle più povere: avrebbe comprato il Nembutal, con ricetta, in una farmacia di via Sacchi, poco prima di assumerlo in dose da congedo; il resto erano un pettine di tartaruga, dono di Constance Dowling, l’ultimo blocco di fogli del Diario, una sola camicia di ricambio. L’estrema nota del Diario, uno dei grandi diari del secolo, ha la data del 18 col proposito mantenuto: non scriverò più.

Due o tre libri li aveva portati. Tra questi il Voyage di Céline, nelle Denoël e Steele, suo primo editore. L’esistenza può esserci pochissimo o per niente tollerabile, ma di leggere non ci lascia mai l’abitudine appassionata, quando ci sia – vizio ragionevole. Nonostante la sua determinazione, non era impossibile che un venticello contrario lo facesse ritrarre: le note estreme del Diario, scritte nella camera del Roma o su una panchina dei giardini Sambuy in piazza Carlo Felice, contengono echi di una esortazione segreta. Un pensiero compiacente può averlo attraversato, comune nei suicidi per amore: «Così lei saprà quanto l’ho presa sul serio, fino in fondo!».

Ma a lei, già tornata in America, visto il fiasco incontrato nel suo voler far carriera, grazie a Cesare, utilizzabile soltanto per questo, a Cinecittà, di quell’auto immolazione alle sue mediocri grazie, non poteva importarne proprio nulla. L’ululato di passione che arroventa gli ultimi scardinati versi, quale effetto avrebbe potuto farle? Il paragone tra lo sguardo della morte e quello di Connie non era fatto per lusingarla. Ormai voleva dimenticarla, la sua avventura romana con lo scrittore di successo, disperato di averne così poco, da sempre, tra le lenzuola.

I suoi amici e compagni del D’Azeglio sapevano tutti della sua maniacale fissazione sull’insuccesso sessuale, al punto da precipitarlo nello sguardo di Constance-la Morte. Qualche volta lo redarguivano, per affetto e un po’ per sazietà delle sue geremiadi… Bisogna considerare l’epoca e i suoi costumi; a partire da una ventina d’anni dopo le donne avranno in genere una maggiore conoscenza del dramma sessuale maschile e sulle diverse forme d’impotenza non emetteranno più sentenze di condanna… Del resto queste fanno parte tuttora dell’immaginario maschile. Pavese, con le sue ossessioni croniche di eiaculatio praecox, finiva con l’apparire anche alle amanti più disposte come un incapace radicale di dare amore, difetto, questo sì, immeritevole di perdono.

Glielo diceva anche l’amico Felice Balbo, incontrato qualche giorno prima a un tavolino del caffè San Carlo: «La virilità non sta in quello, mio caro: ma nella tua formidabile capacità di lavoro… L’eroe Orlando, quello della Durlindana, maneggia molto meglio la spada che il suo bìschero, lo dice il Boiardo! E tu la stilo, la portatile… Ma va’! Ucciderti per quell’attricetta del pettine, impotente – lei, sì! – a comprenderti, ad aiutarti… Dopo Hiroshima c’erano un milione almeno di sopravvissuti maschi del Pikadòn, tutti con l’uccello morto. E a moltissimi, per il lavoro e la dedizione infinita delle donne, dopo un anno, due, tre di sforzi appassionati, è tornato a volare come un condor!! Ma è Oriente… Va’ in Giappone, cèrcati una giapponese! La morte non avrà gli occhi di Constance, te l’assicuro… L’Angelo Sterminatore, dicono i cabalisti, è tutto fatto di occhi! Uno senza palle non avrebbe mai scritto La luna e i falò…».

Era rimasto lusingato, Cesare, sorridendo in silenzio. E certamente, in quelle lunghe sere di ruminazioni del proprio distacco, sarà andato al cinema (si diceva cine e ancora cinematografo) per distrarsi un poco dalle sue idee fisse di crocifissione insensata: suicido-sesso; sesso-suicidio… «Una barba!», commentava, a Santo Stefano Belbo, l’amicissimo Nuto.

Al cinema Corso, a due passi dall’albergo, aveva rivisto, per la terza volta, nello scempio della versione doppiata che circolava in Italia ridotta della metà, il capolavoro di Carné Les enfants du Paradis, invidiando il mimo Baptiste per l’amore di Garance – che però, alla fine, lo restituisce alla moglie, e sparisce.

Ma era ormai preda del magnetismo d’occhi dello Sterminatore, che nessuno mai ha veduto. Gli restavano poche, scardinate ore. Rilesse qualche pagina di Céline, mai troppo invitante a vivere, ripassò approvando le ultime note di diario, e buttò giù il congedo rivolto agli anonimi Tutti.

Lasciò accesa la luce accanto al letto e ingerì come per distrazione, ogni tanto fermandosi qualche minuto, la dose mortale. Se in quel momento il telefono, dalla portineria, avesse squillato… Ma l’Angelo aveva tagliato i fili. Cesare si stende sul letto, e aspetta.

(Fonte: La Stampa, 22 agosto 2010)

lunedì 23 agosto 2010

L'omaggio del Time a un grande


Non è il più ricco e non è il più famoso.
I suoi personaggi non risolvono enigmi, non hanno poteri magici e non vivono nel futuro.
Ma il suo nuovo romanzo, Freedom, ci racconta ciò che siamo ora.

giovedì 19 agosto 2010

Alcuni non ritornano


La Stampa la scorsa settimana ha dedicato uno speciale alle storie di chi non è tornato dall'Afghanistan. Uno speciale fatto benissimo, dove fotografie e testi convergevano nel dare uno spaccato di realtà. Ero via, e senza macchina fotografica, e non sono riuscita a darne traccia nei tempi giusti, ma oggi vedo che il servizio è stato pubblicato sul sito sotto forma di focus


"Abbiamo scelto tre storie simbolo di questo sacrificio - ma tutte si equivalgono nella tragedia della guerra - per raccontare che cosa si cela dietro il lutto, entrando nella case, nelle stanze, nei cuori di genitori, figli, mogli o fidanzate. Semplici oggetti, una fotografia o una divisa, diventano nell’assenza l’estremo appiglio per la memoria che non si vuole arrendere all’amore mutilato. Le immagini di queste nostre pagine lo testimoniano benissimo. Quei letti vuoti, dentro i quali non dormirà più nessuno, valgono più delle parole, sciolgono nella nuda verità della vita qualsiasi trappola retorica."

mercoledì 18 agosto 2010

Siamo al salto dello squalo


E'con dispiacere sincero che scrivo queste righe, Fini e i finiani ultimamente si sono guadagnati un certo rispetto da parte mia, e la vicenda della casa di Montecarlo comunque la si guardi la considero poca cosa rispetto alle forme di illegalità diffusa della politica nostra.

Però quando ti lasci fare una foto così, è la fine.

domenica 8 agosto 2010

La suprema sensazione di sentirsi vivo dopo che ti hanno sparato


Su D di Repubblica di ieri sabato 7 agosto 2010 un piccolo articolo di Simone Porrevecchio sul nuovo film firmato da David Lynch e Wener Herzog, tema L'orestea (scusate se è poco). Il film si chiama My son, My son, What have you done?.

Noticine da ricordare:

"Herzog ha fondato a Los Angeles The Rogue Film School, ateneo di cinema di ottima reputazione, un po' eccentrico. Sulla pagina web sono indicate materie come l'arte di raccogliere il legno, la suprema sensazione di sentirsi vivo dopo che ti hanno sparato, viaggiare a piedi, l'aspetto atletico della regia.

'E' una provocazione: ciò che voglio dire è che nella mia scuola non si imparano solo gli aspetti tecnici dela regia, ma anche a vedere il cinema come una forma di vita a parte'.
Che forma di vita?
'Difficile per me dare una definizione. Fare film per me è la forma più naturale di vita. NOn ho scelta. Termino un progetto e già vengono a trovarmi nel sonno, come ladri di notte, nuove idee."

No, porcoggiuda, no (2), ma forse mica è un male...

Avete mai avuto la fortuna di incontrare qualcuno che in una notte di estate vi ha detto "Ricordati che dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera"?




(SU D di Repubblica di nuovo una domandella irritante. L'amor non è polenta, diceva mia nonna...).

sabato 7 agosto 2010

Grande impianto luci


(Si avvisano i gentili lettori che il presente post è stato composto da Agnese P. mentre il suo SuperIo si faceva la doccia dopo il concerto degli U2. Ci scusiamo pertanto anticipatamente per ogni forma di quindicennismo.)

Intanto l'Olimpico di Torino non è uno stadio ma una bomboniera, uno scrigno, un posticino dove stai in curva e ti pare di stare a centrocampo. Entrata liscia come l'olio. Posticino comodo comodo (un po' di invidia per quelli sul prato si si).
Il palco è una cosa mastodontica, me lo avevano racontato ma vederlo già da spento fa impressione.
Poi arrivano, lo accendono, e ditemi quel che volete, che sono noiosi, vecchi, passati, malati di gigantismo (come scrive Gino Castaldo in un bell'articolo su Repubblica Torino), in cerca di una nuova strada, tutto quel che volete ma si accendono le luci e questi ti tirano giù un concerto che fa tremare il cielo.

Si comincia con Space Oddity, pochissimi omaggi al passato (solo Sunday Bloody Sunday e The Unforgettable Fire, niente Pride, New Year's Day) tanta tanta batteria e momenti disco, Desmond Tutu, Aung San Suuki, Elton John, David Bowie, il compleanno di Edge, i saluti a famiglia e figli presenti, la dedica a Ennio figlio di amici, i ringraziamenti per il sostegno durante lo stop per l'ernia, a Bill Gates e Paul Allen per le donazioni nonostante lo sponsor sia BlackBerry.

Bono salta come un grillo, canta a gambe divaricate sulle casse, fa l'altalena sul microfono.
Una serata tiepida di brezza, gli U2 sono stati la mia prima band, questo è il sesto concerto e ogni concerto è uno spicchio della mia vita. Al prossimo.

martedì 3 agosto 2010

Sassolini


Ieri La Stampa ci sollazzava con una lunga doppia pagina di intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Nicolò Ghedini, infarcita di dichiarazioni d'amore.
Oggi Veronica, sempre su La Stampa, commenta:
«Leggendo quelle parole mi sono detta - aggiunge la quasi ex signora Berlusconi -: Guarda, che voglia proporsi come nuovo compagno del presidente del Consiglio? D’altra parte loro si capiscono, hanno un legame profondo, fatto dagli stessi scopi, chi meglio di loro potrebbe incarnare una complice e felice coppia da sballo?».
Dopo anni costretta a sopportare che certe facce ti girino per casa, sono piccole soddisfazioni.

domenica 1 agosto 2010

Classe dirigente piemontese


E allora poi la blogger si monta la testa, comincia a pensare di avere dei doveri nei confronti dei suoi lettori, comincia a sentirsi in testa il cappelluccio da "corrispondente nord ovest" e insomma tutti questi suoi problemucci personali confluiscono nella corrente delle notizie piccole e meno piccole, e si partorisce il seguente post che vorrebbe essere riassuntivo di una serie di cose piccole e grandi che succedono qui.

In ogni caso, la blogger cercherà di descrivere ora lo scenario attraverso alcuni fatti piemontesi e romani riportati in modo slegato dai giornali, e che invece nel loro essere collegati dicono qualcosa di questo paese e della sua classe dirigente.

Fatto 1: in Piemonte da mesi si sta giocando la partita a scacchi tra Lega e alleati da una parte e TAR dall'altra sulle liste illegittime a sostegno di Cota. Una delle liste giudicate illegittime dal TAR è quella di Deodato Scanderebech, personaggio del sottobosco politico piemontese in area UDC, degno di studio per i numerosi voltafaccia politici sempre all'insegna del "vado dove mi conviene di più", nonchè campione dell'affissione di cartellonistica pre e post elettorale all'insegna della sperimentazione grafica più ardita, nonchè padre di prole già piazzata in consiglio comunale a Torino. Ultimo voltafaccia in ordine cronologico, quello iscrivere alle regionali 2010 la sua lista nell'area a sostegno di Bresso-come da ordini di Casini, per poi in corso di campagna elettorale decidere di sostenere Cota, rompendo quindi con Casini.

Fatto 2: in un altro universo, a Roma, si insedia il rinnovatoConsiglio Superiore della Magistratura; per una di quelle congiunzioni astrali che fanno improvvisamente diventare religiosi anche gli anticlericali più convinti, l'UDC Michele Vietti non solo viene eletto tra i membri laici, ma addirittura ne diviene Vicepresidente.

Fatto 3: in conseguenza del fatto 2, Michele Vietti si dimette da deputato.

Bene.
Ora deduca il lettore a quale membro UDC andrà lo scranno di Michele Vietti alla Camera. La blogger ingenua si chiede come verrà accolto dagli ex amici UDC il nuovo membro.

(Questo post ha richiesto due ore per essere composto, perchè la lettura delle biografie dei personaggi menzionati è avvincente quanto un film...).

(Per approfondire la statura del personaggio, anche la sua pagina di Facebook è interessante).

sabato 31 luglio 2010

Cravatte fini


Da una sommaria analisi del foto album di Repubblica sul divorzio Fini-Berlusconi, emerge che mentre il premier inossidabile da vent'anni si veste sempre alla stessa maniera, da padrùn, l'aspirante ha sempre faticato un poco nello scegliersi le cravatte.

Ci sarebbe da ragionarci.
(D'altra parte se voi vedeste il costume che ho addosso io ora...)

L'analfabeta politico



Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Lui non ascolta, non parla
né partecipa agli avvenimenti politici.

Non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce,
della farina, dell’affitto, delle scarpe
e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.

Un analfabeta politico è tanto asino
che si inorgoglisce e gonfia il petto
nel dire che odia la politica.

Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica proviene
la prostituta, il minore abbandonato,
il rapinatore ed il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico disonesto, ingannatore e corrotto,
leccapiedi delle imprese nazionali. (B. Brecht)


(la foto è di René Maltête e l'ho rubata a Malvino, che ringrazio)

mercoledì 28 luglio 2010

L'è mei 'n stupid che dès furb


Non ho la macchina fotografica, cercherò di provvedere a documentare il fatto domani, però voglio intanto segnalare che entrando in Torino, in Corso Giulio Cesare, c'è un bel manifesto della campagna Be Stupid di Diesel, declinato in salsa leghista, che recita "L'è mei 'n stupid che dès furb" ("Meglio uno stupido che dieci furbi").

Bene.
Penso che il fatto sia assolutamente casuale, ma la comparsa del manifesto coincide con la decisione del Tar di far verificare ricontando scheda per scheda quanti voti erano esplicitamente destinati a Cota nelle schede delle liste illegittimamente ammesse alle regionali (decisione del 15 luglio scorso), e con la ricusazione del ricorso (notizia di ieri).

Poichè le dichiarazioni di Cota e del PdL sono sempre sembrate caratterizzate da sufficienza nei confronti delle regole, mi sento di dire che l'è mei 'n stupid che dès furb, Presidente.

martedì 20 luglio 2010

Il nulla che ti insegue


Oggi La Stampa pubblica una lunga intervista di Francesco Bonami a Maurizio Cattelan.
La riporto tutta, è molto bella.

Cattelan, paura d'essere risucchiato dallo scarico della lavatrice
di Francesco Bonami

NEW YORK
E' difficile da credere che il Pierino dell'arte contemporanea, l'erede della merda d'artista, il guerrigliero delle arti visive ma anche l'artista nato povero ma non dell'Arte Povera diventato l'Italiano più caro al mondo, insomma avete capito, «lui», Maurizio Cattelan, stia per superare il mezzo secolo di vita. Come ci si sente a 50 anni? «Uguali, direi. Ma più che celebrare i 50 anni, celebro 20 anni di permanenza nello stesso mestiere, l'artista: tutti i lavori che ho fatto prima al massimo sono durati un paio di anni». In effetti Cattelan è rimasto uguale a quando c'incontravamo nel 1993 nello stesso ristorante giapponese, Shima, nell'East Village di New York dove abbiamo fatto questa intervista. Sembra geneticamente disegnato per essere un personaggio eterno da fumetti. Stesso peso, qualche capello grigio in più e anziché abiti sgraffignati oggi indossa T-shirt autoprodotte griffate Cattelan. Unica differenza: 17 anni fa anche se con fatica chi pagava il conto del ristorante ero io, mentre oggi è lui.

Come ci si sente a essere ricchi? «Ricco per me vuol dire riuscire a poter fare i miei lavori senza dipendere da nessuno, riuscire a realizzare le mie idee, dalle sculture alle riviste come Permanent Food o Toilet Paper, fresca fresca di stampa». Ma quando hai capito che con l'arte potevi davvero viverci? «Fino al 1997 qui a New York il mio budget giornaliero era di 5 dollari. Poi un gallerista dove avevo fatto un mostra mise all'asta una mia opera, gli “spermini”, le mascherine di lattice con la mia faccia che furono battuti se non sbaglio per 150 mila dollari, lui li aveva pagati credo 10 mila». Contento? «Da una parte sì, ma da un'altra trovavo assurdo che mentre io ero costretto a pane e caffelatte perché non potevo comprarmi un cornetto, c'era uno che in pochissimo tempo aveva guadagnato 15 volte quello che aveva investito».

Oggi le cose sono leggermente cambiate, le opere di Cattelan non sono così facili da avere e costano svariati milioni alle aste e sul mercato privato. Quel gallerista sarebbe stato più furbo a tenerseli gli spermini. «Inutile piangere sul latte versato».

Così senza lacrime il 21 settembre Cattelan, che è nato sotto il segno della Vergine, spegnerà 50 candeline. Il giorno dopo festeggerà San Maurizio e il 24 settembre inaugurerà la sua nuova scultura in piazza degli Affari, a Milano, Omnia Munda Mundi, titolo preso in prestito da San Paolo: Per i puri tutto è puro. Si tratta di un'enorme mano di marmo alla quale sono state segate tutte le dita escluso il dito medio che svetta nel cielo mandando al diavolo un po' tutti. Questo monumento, che piacerebbe tanto a Beppe Grillo, ha creato non pochi problemi al sindaco Letizia Moratti e al suo assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory. Ma Milano conosce bene il gioco di Cattelan sempre al limite del cartellino rosso. Nel 2004 la Fondazione Trussardi presentò i suoi tre bambini impiccati a un albero e l'opera fece il giro delle prime pagine di tutti i quotidiani.

Il monumento al «vaffanculismo» il giro dei quotidiani lo ha già fatto prima ancora che venisse realizzato, così come ha destato non poche polemiche l'ipotesi di sostituire un monumento a Mazzini durante la Biennale di Scultura di Carrara con una statua di Bettino Craxi. In questo caso l'operazione non è riuscita e Cattelan si è accontentato di mettere un cenotafio con l'effigie del leader socialista al cimitero, vicino alle tombe dei dispersi in guerra.

Quando pensi a un lavoro vuoi sempre provocare? «Assolutamente no. M'interessa che l'opera e l'arte facciano comunicazione, dicano qualcosa a cui magari la gente pensa ma non lo dice apertamente. O se lo dice non lo mostrerebbe mai con un'immagine. L'immagine esprime sempre di più delle parole: è più semplice, chiara, efficace, lascia pochi dubbi». Qualche dubbio sulla qualità di certi tuoi lavori tu però li hai? «Certo. Ci sono lavori che funzionano come opere e altri, per esempio i bambini appesi all'albero, una volta mostrati in un contesto molto preciso non funzionano più». Tu fai poche mostre in gallerie private. L'ultima è stata a New York da Marian Goodman nel 2001 con i due poliziotti capovolti. «Ecco un lavoro sul quale ancora oggi ho qualche dubbio. Sì, preferisco lavorare in luoghi pubblici più che nelle gallerie. Il lavoro deve circolare nella testa delle persone, fuori anche dal mondo ristretto dell'arte».

Di cosa hai paura? «Di essere dimenticato. Una paura che mi porto dietro dalla nascita. I miei genitori volevano tanto una femmina che quando nacqui si dimenticarono di registrarmi all'anagrafe, glielo ricordarono dai carabinieri». Paura di tornare un povero artista? «Vedi, io sono nato in una famiglia indigente. Ci facevamo il bagno in una tinozza con l'acqua calda dello scarico della lavatrice. Sono uno di quelli di cui si dice che 'si è fatto dal nulla'. Ma quando arrivi dal nulla questo 'nulla' t'insegue come un fantasma. Non importa quanti soldi uno faccia. Il terrore che questo nulla a un certo punto riesca a riprenderti è eterno. Non è paura di tornare povero, ma paura di essere risucchiato dentro lo scarico della lavatrice». Eppure sei stato proprio tu a iniziare la tua carriera d'artista scomparendo. Una delle tue prime opere furono delle lenzuola annodate a mo' di evasione con le quali ti calasti dalla finestra di un castello dove avresti dovuto partecipare a una mostra di gruppo. Addirittura alla tua prima mostra in una galleria di Bologna, la Neon, nel 1989, non sapendo cosa fare attaccasti al muro un cartello con scritto «Torno Subito». «Sì, però quando poi ho deciso di tornare non sono più andato via».


(La foto è mia, Cattelan alla Tate Modern)

L'università telematica (un post ai miei tempi era tutta campagna)

Vorrei che un giornale, uno solo, invece di dare spazio alle solite battute del sire vorrei-ma-non-posso* su Rosi Bindi, sulle giovani fiche, sulla laurea di Di Pietro e su quanto è bravo bello e intelligente, vorrei che un solo giornale mi raccontasse per bene che cos'è, come nasce, come funziona, chi è il proprietario e come ti forma l'università telematica di Novedrate.

L'università
Telematica
di
Novedrate



L'università
Telematica
di
Novedrate


L'università
Telematica
di
Novedrate


Dove ti sei laureato?
All'Università Telematica di Novedrate!

Sono in loop, scusate.
L'università Telematica di Novedrate.

(*sul tema, oggi ha già detto tutto e bene Galatea, leggetela: La bruttezza di Rosy e il bel mondo di Silvio)

Se non ti stanchi, amami


Ho ritrovato una pagina strappata mesi fa da un Io Donna e ripiegata nella tasca dei jeans e poi da lì nel beauty case, è un articolo di Paolo di Stefano sulla storia d'amore lunga una vita tra Mario Tobino e Paola Olivetti. Ora sa di sapone.

"Cara Paola, mi è rimasto il tuo volto pallido il tuo grande cuore. Se non ti stanchi, amami. Sono arrivato ora. Spero di ritornare presto e di restare una settimana. Parto triste in bicicletta per Viareggio. Ho molti ricordi di Firenze. Ho una malinconia felice. Mario." (31/3/1944)

"Tu che perdoni tutto di me perdona anche questa altalena; viemmi a trovare anche se il viaggio è triste, premuroso, ignoto. Vieni ancora comunque. Vieni che veda il tuo volto pallido, con le ciglia bianche, la bocca sottile che sorride leggera! Tutta stanotte ti ho sognata, ti svolgevi leggera di colori diafani che dal rosa si fanno definitivamente celesti. Se mi scrivi mi fai piacere. Se non mi scrivi rimango lo stesso. Ma scrivimi. Ricordati di me. (...) Ciò che guardo abbraccio. Mario." 1/4/1944)

La foto è mia.
Un po' del resto della storia qui.

lunedì 19 luglio 2010

Chi non ha paura di morire muore una volta sola



Paolo Borsellino
Agostino Catalano
Emanuela Loi
Vincenzo Li Muli
Walter Eddie Cosina
Claudio Traina

Palermo, 19 luglio 1992

I come Ira di Dio


Potete provare a scardinare il bunker.
La tattica, il modulo, il sistema funzionano anche in versione offensiva.
Abbandonare il catenaccio.
Possesso palla perfetto, ma voi non siete una palla.
Non siete per nulla impressionati.
Riuscite a rompere l’equilibrio e la monotonia.
Scaraventate il bolide a giro.
Imprendibile.
Di colpo.
I vostri fan vi fanno il monumento.
Non pagate la presunzione.
Agite anche in contropiede.
Folate veloci.
Piedi dolci ma anche ruvidi, se necessario.
Rimpalli in mischie da cui uscire a testa alta.
Anche la fortuna del tocco beffardo.
Chi vi guarda negli occhi vede un’iradiddio.

Ditemi se non sembra uno stralcio vergato da un Douglas Coupland in crisi mistica, e invece è solo l'oroscopo del mio segno secondo D di Repubblica di questa settimana.
Ora sono tutti cavoli vostri!

No, la risposta (porcoggiuda) è NO.



“Anche quest’estate vi fermerete almeno una notte a guardare il Grande Carro, con qualcuno di fianco a cui volete bene, e che non riesce a trovarlo, a cui cercherete pazientemente d’indicarlo e la sua incapacità non farà altro che far aumentare il vostro amore?”
(A volte la rubrica delle “domande” di D di Repubblica è stressante).
Foto rubata qui.

giovedì 15 luglio 2010

Matto, generoso, strapopolare


Così Gian Paolo Ormezzano su La Stampa definiva ieri, in morte di Nino De Filippis, il ciclismo dell'epoca.

Fa impressione leggerlo con il Tour di oggi sullo sfondo, e se qualcuno conosce la voce calda di Ormezzano, che qui parla di un amico, ne fa ancora di più.

"Uno di quegli articoli che non si vorrebbe mai scrivere, tanto sono insieme inevitabili, assurdi, balordi, duri: è in morte, per il male che si sa, del ciclista e amico Nino Defilippis detto il Cit, «il piccolino» in piemontese, uno che era nato campione come un altro nasce cinese.

(...)

Era un ciclismo matto, generoso, strapopolare. Il suo. Nel 1956 il Tour arrivava, per la prima volta, a Torino: il Cit andò in fuga con altri di media classifica, vinse la volata allo stadio Comunale, su terra battuta, «soffiato» davanti a tutti dal ruggito/rantolo amoroso di sessantamila persone richiamate dalle radio. Un amico di Coppi, Pino Villa, aveva comprato al buio l'incasso, a un certo punto gli mancarono i biglietti, aprì i cancelli, la notte dormì in un albergo davanti alla stazione con tanti ma tanti soldi sotto il letto, il mattino tornò alla sua Novi Ligure e si comprò un paio di appartamenti. Alle redazioni dei giornali torinesi il padre del Cit spedì casse di agnolotti, quelli dell'industria di famiglia che in questi ultimi anni Nino aveva riproposto alla grande".

Defilippis, il torinese che "sgridava" Coppi e poi lo aiutava a vincere
La Stampa, 14 luglio 2010

Segnalazioni dall'utente (un post sessista)



Nella settimana in cui la cronaca ci ricorda che ad essere femmine si rischiano un sacco di cose, dalla morte violenta e prematura a scenari di trista mignottaggine, fortunatamente arriva Alessandro Sallusti a ricordarci qual'è la vera forma di potere femminile: l'influenza post coitum su un maschio di potere, come riporta Daniele Sensi a proposito di un commento in radio sugli usi mattutini della coppia Fini/Tulliani:

"E' un uomo di oltre sessant'anni che ha sposato una donna giovane, la quale probabilmente ogni mattina gli dice: "Ma dai, Gianfranco, tu non devi farti mettere i piedi in testa da Berlusconi... tu sei più bravo, tu sei più bello, tu sei più forte"(Alessandro Sallusti su Gianfranco Fini a Radio Padania).

A tale proposito segnalo a Sallusti, dal mio modesto punto di vista di femmina media, che ad essere più bravi e più belli di Berlusconi non è che ci voglia poi molto. E per quel che ne sappiamo almeno Fini non ha bisogno di pagare una donna per sentirselo dire.


(In ogni caso ho controllato, Fini è nato il 3 gennaio 1952, tecnicamente non è un sessantenne, ed è un Capricorno)

(Questo post usufruisce del fondamentale contributo de LaNico, ma siccome essa parte per il Messico e io sono invidiosa, cicca cicca la cito in ritardo).

Salvare capra e (testa di) cavolo


E così tra afa e bei concerti a Torino sono passati questi quindici giorni, e oggi di nuovo ci troviamo ad aspettare la sentenza del Tar sul caso Cota.

Su La Stampa/Torino leggo che "tra le ipotesi sembra trovare una certa condivisione bipartisan, anche se nessuno è disposto a dirlo pubblicamente, l’ipotesi di una sentenza compromissoria che, facendo decadere una o più liste irregolari, faccia salvi i voti dati al presidente Cota. Una speranza “politica” che, riconoscendo un giustificato motivo nei ricorsi delle liste di centrosinistra, permetterebbe di non andare al voto (con i conseguenti costi di una campagna elettorale che non tutti sarebbero disposti a sostenere)".

Dunque si salveranno così capra e cavoli, in nome di una presunta "volontà popolare" che su tutto ha il diritto di prevalere, anche -appunto- sul diritto?

La sentenza è attesa nel tardo pomeriggio di oggi.

Nel frattempo, si può rileggere il commento di Luigi La Spina (La Stampa, 2 luglio 2010), ne La strettoia che attende i giudici:

'Una citazione di un grande giurista liberale, Piero Calamandrei, potrebbe aiutare a riflettere: «Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici è il pericolo dell’assuefazione, dell’irresponsabilità anonima... non sappiamo che farcene dei giudici di Montesquieu, esseri inanimati, fatti di pura logica. Vogliamo giudici con l’anima, giudici engagés, che sappiano portare, con vigile impegno umano, il grande peso di questa immane responsabilità che è il rendere giustizia».'

mercoledì 14 luglio 2010

Tra chi ti dice scegli: o troia o sposa


Oggi su Repubblica un fondo di Michela Marzano che dice, con la consueta chiarezza e abilità di sintesi, tutto quello che c'è da dire su questa ondata di sangue di donna che ci si sparge intorno.
Lo riporto, via Lipperini:

"Si continua a chiamarli delitti passionali. Perché il movente sarebbe l’amore. Quello che non tollera incertezze e faglie. Quello che è esclusivo ed unico. Quello che spinge l’assassino ad uccidere la moglie o la compagna proprio perché la ama. Come dice Don José nell’opera di Bizet prima di uccidere l’amante: “Sono io che ho ucciso la mia amata Carmen”. Ma cosa resta dell’amore quando la vittima non è altro che un oggetto di possesso e di gelosia? Che ruolo occupa la donna all’interno di una relazione malata e ossessiva che la priva di ogni autonomia e libertà?

Per secoli, il “dispotismo domestico”, come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Dotate di una natura irrazionale, “uterina”, e utili solo - o principalmente - alla procreazione e alla gestione della vita domestica, le donne dovevano accettare quello che gli uomini decidevano per loro (e per il loro bene) e sottomettersi al volere del pater familias. Sprovviste di autonomia morale, erano costrette ad incarnare tutta una serie di “virtù femminili” come l’obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.

Le battaglie femministe del secolo scorso avrebbero dovuto far uscire le donne da questa terribile impasse e sbriciolare definitivamente la divisione tra “donne per bene” e “donne di malaffare”. In nome della parità uomo/donna, le donne hanno lottato duramente per rivendicare la possibilità di essere al tempo stesso mogli, madri e amanti. Come diceva uno slogan del 1968: “Non più puttane, non più madonne, ma solo donne!”. Ma i rapporti tra gli uomini e le donne sono veramente cambiati? Perché i delitti passionali continuano ad essere considerati dei “delitti a parte”? Come è possibile che le violenze contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti sociali?

Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all’uomo, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono.

Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del “declino dell’impero patriarcale”. Come se la violenza fosse l’unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l’amore si dissolve e sparisce. Certo, quando si ama, si dipende in parte dall’altra persona. Ma la dipendenza non esclude mai l’autonomia. Al contrario, talvolta è proprio quando si è consapevoli del valore che ha per se stessi un’altra persona che si può capire meglio chi si è e ciò che si vuole. Come scrive Hannah Arendt in una lettera al marito, l’amore permette di rendersi conto che, da soli, si è profondamente incompleti e che è solo quando si è accanto ad un’altra persona che si ha la forza di esplorare zone sconosciute del proprio essere. Ma, per amare, bisogna anche essere pronti a rinunciare a qualcosa. L’altro non è a nostra completa disposizione. L’altro fa resistenza di fronte al nostro tentativo di trattarlo come una semplice “cosa”. È tutto questo che dimenticano, non sanno, o non vogliono sapere gli uomini che uccidono per amore. E che pensano di salvaguardare la propria virilità negando all’altro la possibilità di esistere".

(Michela Marzano, Perchè gli uomini uccidono le donne, La Repubblica 14 luglio 2010)
(La foto è di Gerda Taro)

-Sul tema ho apprezzato molto anche le parole di Galatea nel suo post di oggi, "Cretine o morte. L’amore ai tempi delle donne che non ci vogliono stare".

domenica 11 luglio 2010

Un eroe borghese



Il testamento di Giorgio Ambrosoli, caduto 31 anni fa, in ua storia terribilmente attuale che fa rabbrividire, in un disgraziato paese sempre più bisognoso di eroi.

"E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.

Ricordi i giorni dell'Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro [... ]

Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi".

sabato 10 luglio 2010

Istantanea di un amore


Sono in montagna da mamma, piena di febbre, raffreddata a morte, ma mi godo il fresco e i giornali vecchi (si lo so, fa tanto Paperon de Paperoni che raccatta i giornali usati al parco, e per questo mi piace ancora di più).

E così scopro da La Stampa di domenica 4 luglio, raccontata da Mario Baudino, la storia dolcissima di Gerda Taro "la donna che creò Robert Capa".

"Gerda Taro lasciò Stoccarda nel 1934, pare dopo avere letto un romanzo di Dos Passos, 1919, e andò a Parigi. (...) Aveva 24 anni, era bellissima e stava cercando nuovi orizzonti. Ancora non sapeva che sarebbe diventata una grande fotografa di guerra, perchè il mestiere glielo insegnò di lì a poco un ebreo ungherese incontrato per caso in Francia, e subito amato di intensissima passione. Si chiamava André Friedman. Lei gli dette un altro nome e in parte anche una nuova identità. Creò Robert Capa (...).

I due giovani innamorati lasciarono Parigi e andarono alla guerra (la guerra civile in Spagna). Gerda poi morì da soldato, travolta dalla manovra errata di un carro armato. Dopo la morte si dubitò persino che fosse stataa davvero una fotografa, si attribuirono al marito le non molte immagini rimaste fra quelle scattate da lei, la si confinò nel perimetro nebuloso di un'incerta leggenda. (...) Solo in tempi molto recenti è finalmente riaffiorata grazie alla scoperta a Città del Messico di tre vecchie valigie colme di negativi. Erano l'archivio spagnolo di Capa, abbandonato a Parigi quando arrivarono i nazisti, e dato per disperso. C'erano tutte le immagini del grande fotografo, e anche quelle di Gerda: c'era la storia di una breve, esaltante stagione.

Una di queste, un ritratto di lei distesa sul letto con addosso il pigiama di Robert, ha rappresentato anche la scintilla che ha fatto nascere il romanzo-documento di Susana Fortes: 'Quando l'ho vista, spiega, ho capito che avevo in mano una storia. Era una foto privata, quella che un uomo innamorato scatta alla sua donna'. Era una storia che raccontava da sola tre anni di vita insieme,e vent'anni successivi di rimpianto".

-Sul tema (grazie a Sandro P.) ho trovato anche un bell'articolo con foto del British Journal of Photography.

mercoledì 7 luglio 2010

Era l'estate del 2010...


Era a Cortina d'Ampezzo, era la prima settimana di un luglio caldo, Feltri sputtanava Fini, Fini boccheggiava su dichiarazioni di buon senso istituzionale che all'improvviso avevano il sapore della fantascienza, un certo Frattini dichiarava che Berlusconi no, non si sarebbe strappato i capelli in caso di rottura (ettecredo, con quel che gli sono costati!), Casini flebilmente tuonava che no, lui in lista con la d'Addario mai (con i mafiosi però sì, boh), il pane veniva via a 5,80 al chilo alla cooperativa, insomma, erano le vacanze sotto Berlusconi.

Una buona parola per tutti

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